Ricordando Padre Dall’Oglio

17 settembre 2015
paolo

Prima iniziativa pubblica dell’associazione Giornalisti Amici di Padre Dall’Oglio a Roma il primo ottobre. Alle 19 nel programma “Tevere Democratico” sul barcone antistante l’Ara Pacis ci sarà un confronto pubblico con due giovani attivisti non violenti siriani che parleranno della tragedia del loro paese e delle speranze del popolo siriano. Sarà un modo per capire cosa è quanto ci sia di democratico libertario e non violento nel Paese: perché la Siria di Paolo Dall’Oglio c’è ancora.
“Don Milani diceva che il posto dei profeti è la prigione, ma non è bello per chi ce li mette. Ecco per noi padre Paolo è un profeta in prigione, un profeta di questo nostro tempo nel quale crescono odi che lui già anni fa ci aveva indicato. E per dire ai suoi sequestratori che non è bello quello che fanno a Paolo, nostro concittadino e siriano d’adozione, come a migliaia di siriani inghiottiti nel buio abissale di questa carneficina senza fine, abbiamo per senso civico e per urgenza professionale deciso di dare vita a questa associazione. Perché sia chiaro che possono sequestrare un uomo, ma non possono sequestrare la sua testimonianza umana, spirituale, culturale, politica, di fede e il suo impegno per il vivere insieme. Purtroppo sin qui non è andata proprio così. Ci chiediamo: quanti fiocchi gialli avete visto per lui? Quante gigantografie davanti ai nostri municipi?”.

Il senso di questa associazione, che è nata forse tardivamente, è stato spiegato recentemente così, presso la Federazione Nazionale della Stampa Italiana dai promotori dell’iniziativa, insieme al portavoce di Articolo21, Giuseppe Giulietti e al segretario della FNSI, Salvatore Lorusso. Ricordare padre Paolo, ha detto Giulietti, vuol dire ricordare la Siria, i siriani, le loro sofferenze quotidiane, raccontarle tutte! Sofferenze atroci e interminabili, ma che troppo spesso invece escono dai nostri racconti.

Quindi sono intervenuti i tre ospiti chiamati per valutare il senso dell’iniziativa.
Padre Giovanni La Manna, gesuita, rettore dell’Istituto Massimo, ha detto che poi sarebbe andato a confessarsi, ma intanto voleva dirsi orgoglioso di essere confratello di un uomo come Paolo, un uomo nel quale il pensiero e la riflessione profonda si sono tradotte in un’azione che oggi è una grande testimonianza. Ai promotori ha ricordato quel che disse Paolo poche ore prima di essere sequestrato: ” Io sono venuto a chiedere ai siriani, a ricordare ai siriani, a chiedere a me stesso: insomma ragazzi, facciamo qualcosa per rappacificarci e porre davanti a noi l’obiettivo giusto, quello di ottenere la libertà per tutti i siriani. E conservarla”. Ecco, per questo padre Paolo si è impegnato e in queste ore tremende il suo invito “diamoci da fare” è il vostro, e anche il mio. E’ ora di fare, ha concluso.

Quindi è intervenuto padre Luciano Larivera, gesuita, scrittore della Civiltà Cattolica. Per capire Paolo e questa iniziativa secondo padre Larivera sono essenziali tre immagini: il cenacolo, il racconto biblico dell’esodo, e Maria. Il Cenacolo è stato Mar Mousa, la sua comunità monastica dove ha lavorato trent’anni per il dialogo islamo-cirsitiano. E anche questa associazione nasce come un cenacolo, davanti a un sepolcro vuoto.
Poi c’è l’Esodo: anche lui, padre Paolo, lì in Siria, ha sfidato il Faraone, e anche lui è stato cacciato dal Faraone. Ha attraversato il Mar Rosso camminando sulle acque sommerse del dialogo. Ma la sua Terra Promessa non era il Kurdistan iracheno, la missione affidatagli dopo l’espulsione, ma la Siria. E in Siria è tornato per compiere la sua missione. Maria infine è la famiglia di Paolo, con la quale in armonica relazione, come discepoli affezionati. Le parole di padre Larivera hanno dato l’impressione che un velo steso da molti sull’impegno per l’uomo e accanto al popolo siriano, tutto, fosse finalmente rimosso.

Michele Zanzucchi ha infine ricordato la sua visita al monaco Dall’Oglio, nella sua Siria, e lo scambio di idee, di racconti, di descrizioni, la passione per il deserto, e la certezza che Paolo lì avesse capito quale fosse la sua missione, senza mai abbandonarla né tradirla. Si era fatto cristiano orientale consapevole che nel mondo islamico ci fosse un’enorme spazio per l’evangelizzazione, che è ben altra cosa dal proselitismo.