Non c’è forza più grande della parola

21 ottobre 2015

Di LasciateCIEntrare

Non c’è forza più grande della parola e nella libertà di poterla usare, diffondere, promuovere, comunicare. La libertà di parola è non riguarda soltanto la parola scritta o semplicemente pronunciata, bensì una più generale libertà di espressione
Esistono, oggi più che mai, parole, espressioni e discorsi che non hanno altra funzione se non quella di esprimere odio e intolleranza verso un determinato gruppo o persone. Esistono pregiudizi e stereotipi, ma soprattutto discorsi che diffondono, incitano e giustificano il pregiudizio, l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo, il disprezzo e l’offesa verso chi professa altri culti, ha diversi orientamenti sessuali è considerato, in quanto “altro” forma di disturbo ad un proprio ordine immutabile e statico. Esiste una parola, l’ hate speech, o meglio il discorso dell’odio.


L’ hate speech nasce da una convinzione pregiudizievole e da stereotipi che tendono con difficoltà a essere superati e che anzi sembrano essere aumentati con l’avvento di internet, che alimenta un dibattito attuale e controverso, dove non esistono specifiche normative internazionali condivise. Per i social network e i grandi gruppi del web è impossibile valutare ogni singolo contenuto caricato dagli utenti, ed è anche tecnicamente difficile sviluppare sistemi automatici efficienti di blocco preventivo dei contenuti offensivi o violenti. I social media e il web, più in generale, sono i paradigmi di un nuovo linguaggio che codifica le nostre giornate, dove il confine tra online e offline diviene sempre più labile, e l’impatto che l’uno genera sull’ altro viene spesso sottovalutato.
Quello delle pagine sul web che incitano o istigano all’odio è un fenomeno che ha impatto, fa “rumore” in costante aumento. Uno dei principali problemi dello hate speech online, oltre alla possibilità di veicolare messaggi nell’anonimato e l’assenza di una regolamentazione, è la mancanza di un’uniformità di legislazione.
La Corte di Cassazione ritiene che l’attività online finalizzata all’incitamento e alla violenza sia indicativa di una realtà associativa ben strutturata che, sebbene utilizzi blog, chat o virtual communities, costituisce a tutti gli effetti un’associazione a delinquere. Le norme pertanto consentono il sequestro preventivo del sito internet come mezzo idoneo per scongiurare la reiterazione del reato, o la misura cautelare dell’oscuramento del sito internet disposta per evitare l’aggravarsi delle conseguenze del reato. Le violazioni meno gravi sono invece affrontate con strumenti diversi dalla legislazione penale: la migliore reazione ai discorsi di odio e proprio il ricorso all’uso di parole che promuovano più coesione sociale e diano maggior voce alle minoranze, insieme ad una serie di misure nell’area del dialogo interculturale e dell’educazione all’uguaglianza.
Nasce dunque l’esigenza di trovare un equilibrio, tra la tutela della libertà d’espressione e la salvaguardia dei diritti, utilizzando la potenzialità dei social network, ovvero le esperienze positive e diverse che si intrecciano, convivendo.
Ma la Corte Europea dei Diritti Umani parla chiaro: se da una parte l’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti Umani garantisce il diritto alla libertà d’espressione come una condizione necessaria a una società democratica, dall’ altra l’articolo 4 della Convenzione Internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione condanna invece qualsiasi espressione basata su intolleranza e odio.
Il confine tra la libertà di espressione e i discorsi di odio è molto labile, come anche il passaggio dall’ hatespeech agli hate crimes, dove gli insulti verbali si trasformano in vera violenza fisica. La libertà di parola è considerata una delle maggiori conquiste della democrazia ma oltrepassarne i limiti può portare ad una vera e propria crisi del “significato” capace di trasformare una società democratica in una società che viola i diritti umani e di espressione.
Il tema necessita a nostro avviso anche di una profonda riflessione teorica e culturale, che parta dagli strumenti di comunicazione oggi a disposizione, dal loro uso, dal senso di responsabilità civica che va costruito, pensando soprattutto al futuro per prevenire, invece che unicamente reprimere. E se occorrono norme uniformi a cui ottenersi, andrebbe forse ripensata una sorta di “pedagogia della comunicazione”, vero e proprio territorio di costruzione civica, di cui tutti e tutte potrebbero beneficiare. L’educazione alla pluralità che compone il mondo è una grande sfida, in cui molte risorse e diversi approcci, anche interdisciplinari, andrebbero messi in comune.