Corridoi umanitari

2 marzo 2016
corridoi21

di Gian Mario Gillio, direttore responsabile Agenzia stampa Nev
«Anche noi eravamo sicuri di dover attraversare il mare due anni fa», così racconta “Fadi”, un padre di famiglia atterrato ieri all’aeroporto di Fiumicino insieme ad altri 92 siriani di Homs. Tutte persone in fuga dalla guerra e in attesa di poter partire alla volta dell’Europa da un campo profughi libanese che sino all’altro ieri li ospitava.

«Credevamo – prosegue “Fadi” – che quella del mare fosse l’unica soluzione possibile. La presenza di operatori italiani della Federazione delle chiese evangeliche in Italia e di Sant’Egidio nel campo è stata determinante per farci scartare quella ipotesi. Ora, grazie all’interessamento del governo italiano, siamo arrivati sino a qui con un regolare volo di linea e con un visto umanitario e possiamo raccontare questa esperienza da vivi. Siamo emozionati e riconoscenti».

In un’atmosfera di commozione e di festa ieri mattina all’aeroporto di Fiumicino sono arrivate 24 famiglie siriane, grazie al progetto pilota dei corridoi umanitari promosso dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Tavola valdese (che lo sostiene attraverso i fondi otto per mille) in accordo con i Ministeri degli Esteri e dell’Interno.

Le famiglie – in tutto 93 persone, di cui 41 minori, considerate particolarmente vulnerabili – sono giunte dal Libano con un regolare volo di linea, grazie a un visto per motivi umanitari rilasciato dall’ambasciata italiana di Beirut.

A salutarle per primo, nella conferenza stampa tenutasi in aeroporto, è stato il Ministro degli esteri Paolo Gentiloni: «Un progetto importante», ha ricordato Gentiloni (accompagnato dal viceministro Mario Giro) ringraziando i promotori per «un’iniziativa che consentirà nel corso dei prossimi mesi a centinaia di rifugiati, molti dei quali donne e bambini, di poter arrivare in territorio italiano senza dover affrontare i pericolosi viaggi nelle mani dei trafficanti di esseri umani». Un grazie il ministro lo ha rivolto anche alle autorità libanesi per la collaborazione data nell’identificazione di persone vulnerabili e bisognose di un visto per motivi umanitari. «Oltre a dare un aiuto concreto a tante persone – ha concluso Gentiloni – il grande messaggio di questo progetto è l’esempio: muri, steccati e barriere sono soluzioni pericolose, illusioni che non funzionano e rappresentano un rischio per tutta l’Europa».

Il pastore Luca Maria Negro, presidente della FCEI, ha invece sottolineato l’assoluta novità del progetto nel quadro europeo e il suo carattere ecumenico, sostenuto anche da numerose chiese protestanti estere e da organismi ecumenici internazionali. «L’idea – ha spiegato Negro – è maturata nell’ambito del progetto Fcei Mediterranean Hope, iniziato nel 2014 con un Osservatorio sulle migrazioni a Lampedusa e una Casa delle culture a Scicli. Scrutando questo mare su cui si avventurano in tanti, ci siamo accorti che esso è una sorta di deserto acquatico, e ci è tornata in mente la visione di Isaia 40 con l’invito a preparare nel deserto “una strada per il Signore”. Abbiamo raccolto questa chiamata a preparare una strada per chi fugge dalla guerra e dalla miseria».

Marco Impagliazzo, presidente di Sant’Egidio ha sottolineato che ieri – ricordando il precedente arrivo di una famiglia siriana lo scorso 4 febbraio che di fatto aveva aperto il primo varco legale verso l’Europa – è stato disegnato «un volto molto bello dell’Italia, fondato sui principi della solidarietà e dei diritti, principi fondativi dell’Europa. Questo primo gruppo di famiglie dimostra che è possibile gestire l’arrivo dei profughi sul nostro continente con umanità e sicurezza. Diventi un modello per i Paesi dell’Unione europea – ha chiosato Impagliazzo –, divisi e in difficoltà di fronte alla doverosa accoglienza di chi fugge dalla guerra».

Questo progetto è un esempio di come la società civile si sia messa in campo, in accordo con le autorità competenti per dare una risposta concreta al dramma di tanti profughi. «È l’Europa che vogliamo – ha detto Paolo Naso, in rappresentanza della Tavola valdese –: un’Europa che non innalza muri ma getta ponti”. Le famiglie siriane sono state ospitate in diverse località della penisola e prese in carico da strutture di accoglienza dei promotori del progetto ecumenico.