Il mancato veto Usa che aiuta i palestinesi

30 dicembre 2016
Credit: Baz Ratner

di Luca Mershed

Nei ultimi giorni della sua presidenza, Barack Obama ha causato una tempesta diplomatica senza precedenti con Israele.

L’astensione degli Stati Uniti su una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC) che condanna gli insediamenti illegali israeliani, ha fatto infuriare il primo ministro Benjamin Netanyahu – ma gli osservatori sono divisi su quanto il voto possa fare la differenza all’interno del quadro del conflitto israeliano-palestinese.

Non c’è nulla di nuovo nella sostanza della risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza, che ha ribadito le posizioni di lunga data della comunità internazionale, tra cui le precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza, circa l’illegalità degli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati. Quindi, questa decisione è stata sufficiente per creare l’indignazione di Netanyahu?

Il Palestinian Policy Network rileva l’importanza del paragrafo 5 della risoluzione, che invita “tutti gli Stati … a distinguere, nei loro rapporti relativi, tra il territorio dello Stato di Israele e dei territori occupati dal 1967”. Ciò è effettivamente una chiamata a cessare le operazioni commerciali, economiche e finanziarie con gli insediamenti.

Questo rischia di aumentare gli sforzi per sottoporre Israele a varie forme di boicottaggio, tra cui il Bociotaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) – soprattutto perché gli insediamenti sono parte integrante dell’economia israeliana.

Tuttavia, molti palestinesi sono disillusi sui traguardi complessivi di Obama durante i suoi due mandati. Come ha commentato Diana Buttu, analista ed ex consigliere dei negoziatori palestinesi: “Prima di questo voto, l’amministrazione Obama era stato l’unico Governo degli Stati Uniti dal 1967 che aveva impedito al Consiglio di Sicurezza di condannare le azioni illegali di Israele”.

In effetti, Obama ha esercitato il diritto di veto degli Stati Uniti nel 2011 per bloccare una risoluzione che condannava l’attività di colonizzazione illegale di Israele, mentre durante i suoi due mandati, ha firmato un pacchetto di aiuti militari senza precedenti ed ha sostenuto Israele attraverso due significativi attacchi sulla Striscia di Gaza, compresa la brutale offensiva del 2014. Per molti, quindi, la decisione di astenersi (anche senza votare a favore) è troppo poco e troppo tardi.

“Proprio nel momento in cui Netanyahu stava godendo la prospettiva di un Israele senza pressione sotto la prossima amministrazione Trump, è stato portato brutalmente con i piedi per terra con la presente risoluzione,” Rapoport, giornalista di Al Jazeera, ha commentato, notando che, mentre non è chiaro quale impatto tangibile avrà il voto su Israele, la risoluzione “sarà sicuramente limitativa della libertà di manovra di Israele”.

Eppure la reazione da parte dei politici israeliani – per esempio il ministro dell’Economia Naftali Bennett ha dichiarato che il mancato contrastare della risoluzione è come supportare il “terrorismo” – sembra assolutamente sproporzionata, considerato che la formulazione per molti versi riecheggia semplicemente la lingua del processo di pace. La critica dei politici israeliani degli insediamenti, per esempio, è equilibrata con la condanna del “terrore” e “dell’incitamento”, un’accusa comune rivolta all’Autorità Palestinese dal Governo israeliano.

Infatti, anche se la risoluzione “ha evitato parecchie insidie presenti nei progetti di risoluzione di alcuni mesi prima”, come far sì che Israele venga riconosciuto come uno “Stato ebraico”, il “focus esclusivo” sugli insediamenti è giunto con l’omissione di ogni riferimento ai diritti dei rifugiati palestinesi.

La risoluzione viene in un momento di crescente preoccupazione tra gli alleati di Israele, come mostrato in numerose dichiarazioni di funzionari europei e statunitensi, circa la direzione presa dal Governo Netanyahu.

A Washington, questa preoccupazione è stata intensificata, in particolare all’interno dell’amministrazione Obama, dalla prospettiva di una presidenza Trump. L’approccio di Trump verso Israele sembra destinato a essere plasmato da consiglieri che appoggiano apertamente la colonizzazione israeliana dei territori palestinesi occupati.

Per un Governo israeliano questo potrebbe significare un via libera per l’annessione di tutta o parte della West Bank.

Alla fine della giornata la presente risoluzione ha lo scopo di salvare la soluzione dei Due Stati che Israele ha ucciso con la costruzione degli insediamenti anni fa. Molto tempo è passato per iniziare la ricerca di modi alternativi per realizzare i diritti dei palestinesi al di fuori di un quadro a Due Stati che non è mai stata davvero una soluzione duratura.

Gli eventi di questa settimana hanno dimostrato quanto il Governo israeliano abbia disprezzo assoluto per il diritto internazionale e la responsabilità. È improbabile che la risoluzione faccia la differenza in sé e per sé, in quanto vi sono già diverse risoluzioni del Consiglio di Sicurezza che condannano le varie politiche israeliane accompagnate da una mancanza di volontà politica per farle rispettare.

Quindi, rimane una questione aperta se questa risoluzione possa portare ad una pressione significativa sul Governo Netanyahu. Mentre il voto di New York ha, certamente, costituito una sconfitta diplomatica per Israele, esattamente resta da vedere che tipo di vittoria rappresenta per i palestinesi.

Per anni, Benjamin Netanyahu, il primo ministro di Israele, è stato costretto a camminare su una linea sottile.

I conservatori intransigenti all’interno del Paese, e anche all’interno della coalizione di Governo, vogliono che Netanyahu respinga l’idea di uno Stato palestinese. Ma gran parte della comunità internazionale continua a spingere per una soluzione a Due Stati.

Ora, dopo l’approvazione della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sugli insediamenti, la pressione sul Governo di Netanyahu è ancora maggiore.

In sintesi, la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza impone ad Israele di interrompere immediatamente ogni attività di insediamento nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est.