Sarahawi, il popolo dimenticato

7 febbraio 2017
Papa di Idomeni MSF

di Marina Schiavo

La questione sahrawi è da tempo in un cono d’ombra, eppure la controversia diplomatica che vede contrapposti il Regno del Marocco e la Repubblica araba democratica dei Saharawi, resta cruciale per l’equilibrio della regione.

La contesa dei territori del Sahara Occidentale ha ripreso vigore nelle ultime settimane, dopo la decisione dell’Alta Corte di giustizia europea di annullare la sentenza del Tribunale Ue che nel 2015, su ricorso del Fronte Polisario, aveva bloccato l’accordo di libero scambio sui prodotti agricoli e ittici raggiunto nel 2012.

Ieri, il Ministero per l’agricoltura e la pesca del paese nordafricano ha diffuso un comunicato, ripreso dalle agenzie italiane, in cui si afferma che il nuovo giudizio “conferma il protocollo commerciale che deve essere pienamente attuato”.

Se ciò non avvenisse, ha poi aggiunto l’esponente marocchino, l’Europa si esporrebbe al rischio di una ripresa dei flussi migratori che il Marocco “con grandi sforzi è riuscito a gestire e a contenere”. Insomma una vera e propria minaccia, neanche tanto velata, che spegne le speranze di quanti sono impegnati a favorire la ripresa dei negoziati tra le parti per raggiungere un accordo sulla data del referendum sull’autodeterminazione dei sahrawi.

Tra questi l’Italia, attraverso l’azione dell’Intergruppo parlamentare di amicizia con il popolo sahrawi presieduto dal senatore Stefano Vaccari. Proprio Vaccari, con il supporto della Conferenza dei presidenti delle Assemblee legislative delle regioni e delle province autonome, lo scorso gennaio ha promosso un documento che impegnava il nostro Paese, che dal 1° gennaio siede come membro non permanente nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, a sostenere l’azione delle Nazioni Unite che mira al raggiungimento di una soluzione del conflitto nel Sahara occidentale nel più breve tempo possibile. Tra i punti più importanti del testo la necessità di ampliare il mandato della missione Minurso, dispiegata nel deserto algerino, al monitoraggio dei diritti umani per rafforzarne il ruolo e l’efficacia.

Il Sahara occidentale è un territorio dell’Africa nord-occidentale delimitato a nord dal Marocco, a nord-est dall’Algeria, ad est e a sud dalla Mauritania e ad ovest dall’Atlantico. Attualmente, la maggior parte di questa area è controllata dal Marocco, mentre il territorio a est, di minore estensione, è presidiato dal Fronte Polisario, il movimento che mira ad ottenere l’indipendenza dei sahrawi, la cui legittimità è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite.

Il governo di Rabat ha eretto un muro lungo 2700 km, protetto da 5 milioni di mine, disseminate lungo tutto il perimetro della barriera, e da 185mila soldati con un costo giornaliero stimato in 4 milioni di dollari. Questa barriera rappresenta l’emblema della battaglia pacifica del popolo sahrawi che da quarant’anni rivendica la propria indipendenza nella terra delle sue origini.

Sono oltre 165mila, secondo le stime dell’Alto commissariato per i rifugiati, le persone che vivono nei campi allestiti dalla Rasd nel deserto algerino. Accampamenti fatti di tende e piccole costruzioni di sabbia. Se d’inverno con la pioggia e il vento il rischio di perdere la casa è costante, nelle stagioni calde le temperature superano anche i 50 gradi rendendo invivibili le tende.

Il popolo sahrawi sopravvive in queste condizioni ostili da quasi mezzo secolo. L’organizzazione della vita quotidiana, dalle attività scolastiche, all’assistenza sanitaria, sono per lo più affidati alle donne. Dalle ministre che compongono il governo della Rasd, alle insegnanti, le operatrici sanitarie e le tante volontarie che operano nei campi.

Il territorio è diviso in wilaya (regioni) organizzate a loro volta in daira (province). Questo popolo considera come propria terra il Sahara Occidentale. Dopo l’occupazione del Marocco si animarono i primi fervori indipendentisti che scaturirono nella costituzione del Fronte Polisario nel 1973. In quell’anno iniziò la lotta armata. Il conflitto bellico terminò solo nel 1990, con la mediazione dell’Onu.

Il cessate il fuoco non è stato mai violato da parte sahrawi, nonostante le ripetute azioni militari da parte del governo marocchino, accusato di non rispettare i diritti umani della popolazione dei campi.
Ad oggi gli accordi di pace del ’90 che prevedono un referendum di autodeterminazione (indipendenza o integrazione) non sono stati attuati. Ma la battaglia del popolo del Sahara occidentale continua, nonostante l’indifferenza del mondo.