Rotto il silenzio sui Rohingya

14 settembre 2017
Htin Kyaw e  Aung San Suu Kyi. Photograph: Aung Shine Oo/AP

Il mondo ha finalmente aperto gli occhi sulla tragedia dei Rohingya e non sarà più possibile continuare a ignorare il massacro che l’esercito del Myanmar sta compiendo nel silenzio assordante di Aung San Su kyi, presidente dell’ex Birmania ma soprattutto premio Nobel per la Pace. Si è invece levata alta in queste ore la voce autorevole del segretario generale delle Nazioni unite, Antonio Guterres, che ha lanciato un appello alle autorità ex birmane affinché sospendano le operazioni contro i Rohingya, nello stato di Rakhine.
“Io mi appello alle autorità di Myanmar affinché sospendano le attività militare e la violenza e ristabiliscano lo stato di diritto” ha detto in una conferenza stampa.
Dopo aver descritto le notizie degli attacchi delle forze di sicurezza contro i civili come “completamente inaccettabili”, a Guterres è stato chiesto se concordi col fatto che i Rohingya siano oggetto di una pulizia etnica.
“Quando un terzo della popolazione Rohingya – ha detto – è stata costretta a scappare dal paese, potete trovare una formula migliore per definirla?”.
Attaccata dalla comunità internazionale, la leader di fatto del Paese Aun San Suu Kyi ha annunciato che non parteciperà all’assemblea generale dell’Onu la prossima settimana e che terrà un discorso sulla questione Rohingya in patria. Dall’inizio delle persecuzioni, circa 380.000 musulmani Rohingya sono fuggiti verso e oltre il confine con il Bangladesh.
Anche il Parlamento europeo ha esortato l’esercito birmano a “cessare immediatamente” le violenze contro la minoranza Rohingya e ha sfidato la leader birmana Aung San Suu Kyi, minacciando di ritirarle il premio Sakharov per i diritti umani che le aveva assegnato nel 1990.
Con una risoluzione approvata in plenaria a Strasburgo, il Parlamento ha espresso “serie preoccupazioni per la crescente gravità e la portata delle violazioni dei diritti umani, inclusi omicidi, scontri violenti, abitazioni distrutte e l’esodo di centinaia di migliaia di civili” dall’ex Birmania.
Totalmente agli antipodi l’atteggiamento della Cina che appoggia il governo del Myanmar nella gestione della crisi in corso nello stato del Rakhine.
Mentre a livello internazionale si elevano critiche all’operazione lanciata dai militari contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che ha costretto quasi 400.000 persone a fuggire in Bangladesh, e l’Onu parla di “pulizia etnica”, per Pechino quello che sta accadendo è una “questione puramente interna”.
La posizione della Cina riguardo agli attacchi terroristici di Rakhine è chiara: lo considera ‘solo’ un affare interno.
“I contrattacchi delle forze di sicurezza birmane contro i terroristi estremisti e le azioni del governo per fornire assistenza al popolo sono accolti con favore in Cina” ha dichiarato l’ambasciatore cinese in Myanmar, Hong Liang.
Ma quelli che Pechino definisce ‘terroristi’ hanno finora rifiutato qualsiasi aiuto che arrivi da organizzazioni terroristiche internazionali.
“Non abbiamo alcun rapporto con al-Qaeda, lo Stato islamico o qualsiasi gruppo terrorista internazionale. E non vogliamo che questi gruppi siano coinvolti nel conflitto” affermano i ribelli musulmani Rohingya, i cui attacchi contro la polizia birmana alla fine di agosto hanno innescato la ritorsione dell’esercito nei confronti dei civili nello stato di Rakhine.
Secondo il sito Site, specializzato nel monitoraggio delle attività online di gruppi estremisti, al Qaeda questa settimana ha invitato i musulmani a “sostenere i Rohingya finanziariamente e militarmente”. Aiuti molto chiaramente respinti dalla ribellione locale che “invita gli Stati della regione ad intercettare ed impedire l’entrata nello Rakhine di terroristi che potrebbero aggravare la situazione”.
Dalla fine di agosto, oltre 379.000 Rohingya sono fuggiti in Bangladesh al confine con la Birmania per sfuggire alla repressione armata dell’esercito contro i ribelli Rohingya.
Tutto ciò sotto lo sguardo complice dell’ex dissidente e Premio Nobel per la pace nel 1991, che pur se criticata da più fronti per la sua posizione ambigua sulla sorte di questa minoranza musulmana apatride e perseguitata, continua a tollerare i massacri compiuti dai militari, che uccidono indiscriminatamente uomini, donne ebambini.